06/08/2026
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L’editoriale

Mélenchon, lo scenario peggiore

Edizione n°266 · Pubblicata il 3 agosto 2026

L’avvertimento di Arnaud Montebourg non è una semplice frecciata politica: è un segnale di soccorso, un grido lanciato dall’interno stesso della sinistra. Chiedendo di «neutralizzare d’urgenza» Jean-Luc Mélenchon, l’ex ministro ha infranto un tabù: quello di riconoscere che il leader di La France insoumise rappresenta un grave pericolo politico. E non solo per la destra. Per la France.

Un programma economico da brividi

Perché Montebourg non parla da polemista. Parla da uomo di Stato, da ex ministro che conosce i numeri, i vincoli, le realtà. E ciò che descrive fa venire i brividi: un programma che farebbe esplodere le finanze pubbliche, centinaia di miliardi di nuove spese, un deficit fuori controllo.

Una France abbandonata alla diffidenza dei mercati e alla vigilanza dei creditori internazionali. Lo spettro greco, il commissariamento finanziario: Montebourg evoca queste immagini per ricordare che la radicalità economica non ha mai resistito alla realtà.

Una conflittualità permanente nel Paese

Ma l’aspetto più preoccupante è un altro. Mélenchon non si limita a promettere l’irrealizzabile. Organizza una conflittualità permanente nel Paese. LFI prospera sulle fratture identitarie, sulle tensioni comunitarie, sulle polemiche internazionali.

Ogni crisi diventa un pretesto per alimentare il fuoco. Ogni dibattito, un’arena. Ogni istituzione, un bersaglio. La 5ème République? Un avversario. Le forze dell’ordine? Un deterrente. Gli equilibri repubblicani? Un ostacolo da abbattere.

Una retorica che spacca

Le sue posizioni sul conflitto israelo-palestinese hanno rivelato un’ambiguità che ha sbigottito persino il suo stesso schieramento. Una retorica incendiaria, posizioni divisive, parole che feriscono.

LFI si difende parlando di diritto internazionale. Ma il danno è fatto. Mélenchon spacca, divide, contrappone. E lo rivendica.

La strategia del rullo compressore

In questo contesto, la sua strategia elettorale assume le sembianze di un rullo compressore. Primo candidato dichiarato a sinistra, avanza senza complessi, sicuro della sua base militante, sicuro della sua capacità di mobilitare i giovani, gli astensionisti, i quartieri popolari.

Sa che la sinistra è frammentata, che ecologisti, comunisti e socialisti si scontrano, che Glucksmann cerca di esistere ma fatica a incarnare un’alternativa solida. E che in questo caos, il candidato più radicale può diventare il candidato più visibile.

Il timore di una sinistra frammentata

È questo che teme Montebourg: una sinistra incapace di unirsi, che lascia Mélenchon imporre la sua linea come unico orizzonte. Una sinistra che, per debolezza, offrirebbe all’insoumis un’autostrada verso il secondo turno. Una sinistra che, per frammentazione, farebbe del suo programma la matrice ideologica del 2027.

A destra, Mélenchon incarna una rottura istituzionale, economica e culturale. Una visione in cui lo Stato si estende senza limiti, in cui le riforme vengono spazzate via, in cui le questioni identitarie diventano armi politiche. Una France tesa, polarizzata, sotto costante tensione.

Una linea di faglia nazionale

L’intervento di Montebourg rivela una verità brutale: il dibattito su Mélenchon non è più una divisione di partito. È una linea di faglia nazionale. Una frattura che attraversa la sinistra, preoccupa il centro, allarma la destra.

E se questa frattura cede, è l’intero equilibrio politico del Paese che potrebbe crollare.

Bernard BERTUCCO VAN DAMME