Per diversi giorni, un clima di tensione estrema si è insediato nei pressi di centinaia di licei in France. Quello che si presentava come un movimento di protesta basato su rivendicazioni sull'istruzione è scivolato in una spirale di violenze, trasformando alcuni istituti e i loro quartieri in scene di guerriglia.
Una spirale di violenze
Poliziotti presi di mira, vigili del fuoco aggrediti, presidi minacciati, edifici pubblici incendiati e uso di pirotecnica contro le forze dell'ordine disegnano il volto di un movimento che sembra essere sfuggito ai suoi promotori.
Il disagio in seno all'Éducation nationale costituisce un terreno fertile per la protesta.
Un'assurda contraddizione
La mancanza di professori, il sovraffollamento delle classi, le complessità del sistema di orientamento Parcoursup o ancora la percezione di un calo del livello scolastico sono tutti validi motivi di preoccupazione che animano una parte della gioventù.
Tuttavia, gli atti di distruzione osservati creano una profonda contraddizione. Edifici scolastici, talvolta ristrutturati a caro prezzo, vengono danneggiati o incendiati, e l'arredo urbano viene distrutto. Queste azioni minano le risorse stesse che i manifestanti dicono di voler difendere.
L'assurdità economica è totale: si denuncia una mancanza di mezzi distruggendo al contempo infrastrutture finanziate dalla collettività. Questa deriva viene ampiamente attribuita dalle autorità all'infiltrazione dei raduni da parte di gruppi esterni, spesso senza legami con il mondo scolastico e specializzati in violenze urbane.
La responsabilità politica in questione
Oltre agli attori sul campo, l'analisi della situazione evidenzia il ruolo di alcuni responsabili politici nell'alimentare questo clima di tensione. Da diversi anni, formazioni come La France insoumise sono accusate di prosperare su una retorica di scontro sistematico, presentando ogni conflitto sociale come il preludio a un'insurrezione popolare.
Qualificando lo Stato come «oppressore» e gettando il sospetto su ogni forma di autorità, in particolare quella di polizia, questo discorso legittimerebbe indirettamente il ricorso alla violenza come modalità di espressione politica.
Se le condanne verbali delle violenze sono di rito una volta compiuti i fatti, appaiono come una postura di circostanza. Incoraggiando una diffidenza generalizzata verso le istituzioni, questa strategia politica corre il rischio di vedere una parte dei giovani considerare la distruzione come un naturale prolungamento della protesta.
Manifestare non è distruggere
Questa situazione ricorda la distinzione fondamentale tra il diritto di manifestare, pilastro della democrazia, e la distruzione di beni pubblici, che costituisce un reato.
Attaccare i simboli del servizio pubblico, come una scuola o un vigile del fuoco in intervento, non è un atto di protesta ma un'aggressione contro la società intera.
Bernard BERTUCCO VAN DAMME